promozione della salute mentale e prevenzione del disagio e dei disturbi psicologici

Prevenzione del suicidio: cosa può fare la scuola?

Prevenzione del suicidio giovanile: il ruolo della scuola e della comunità educativa

In questo articolo affrontiamo il bisogno di prevenzione del suicidio giovanile, partendo innanzitutto da un punto di vista storico (per quello che le statistiche del nostro Paese consentono di fare).

Il lavoro ha lo scopo di favorire una riflessione critica sulla prevenzione del suicidio giovanile e sul contributo che può dare la scuola (intesa come comunità e non come singolo insegnante), considerando anche il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale (PNSN) 2025-2030.

Suicidi giovanili anni 1965-2019: i dati ISTAT sottolineano un problema emergente (ma non crescente)

Le più recenti statistiche ISTAT focalizzate su cambiamenti storici (Simeoni et al., 2022), mettono in luce che nel nostro Paese il suicidio è diventato la seconda causa di morte più rilevante per persone tra 1 e 19 anni, dopo gli incidenti stradali (sono escluse quindi le morti neonatali). Si tratta di un problema emergente, perché nel 1969 la morte per suicidio era la dodicesima causa di morte per le persone tra 1 e 19 anni. In questo cambiamento pesa in modo positivo il fatto che i progressi scientifici hanno consentito di ridurre sensibilmente molte cause di morte, come le morti per tumori, polmoniti, anemie, gli errori diagnostici (le malattie mal definite), ecc.

Considerando tali dati più a fondo, è possibile mettere in luce due questioni importanti.

Innanzitutto, i dati ISTAT testimoniano che il suicidio è un problema emergente ma non è un problema crescente (né un fenomeno che sta degenerando). In passato, infatti, i giovani ricorrevano al suicidio in una misura che era circa il doppio rispetto ai tempi attuali (126 nel 1969 vs 78 del 2019). Dunque, quando dopo ogni notizia di suicidio nei media si descrive il passato come un’epoca migliore, si compie un’azione scorretta che nega evidenze. Il suicidio esisteva ma poteva rimanere invisibile. In passato c’erano meno racconti dei media nazionali e meno tutele dalle istituzioni, anche sul tema dei diritti dei minori. Non a caso, i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sono stati ratificati in Italia solo nel 1991 (Repubblica Italiana, 1991).

Secondo, anche se rispetto agli anni ’60 del secolo scorso le cose oggi vanno meglio, guardare i dati ci dice che si deve ancora fare attenzione a quanto sta accadendo: il 7,1% dei giovani che muoiono entro i 19 anni lo fa mediante suicidio (e bisogna ricordare che il suicidio è solo una parte di un malessere più diffuso). Il dato, quindi, resta importante e richiede attenzione, soprattutto perché si tratta di morti evitabili.

I dati appena visti, dunque, aiutano ad allontanarsi da discussioni sensazionalistiche e dannose sulla crisi giovanile, vista come fenomeno attuale. Aiutano anche a riflettere meglio sulle cause, evitando di richiamare nostalgicamente periodi idealizzati del passato. Non si può ritenere, infatti, che le cause siano tecnologiche e alimentate da smartphone e social network (anche se smartphone e social network, di certo, non sono prodotti adatti a bambini e giovanissimi). Il numero di suicidi, infatti, era più elevato proprio quando la tecnologia che oggi si tende a colpevolizzare mancava.

Anno 2000: cosa chiedeva l’OMS per la prevenzione del suicidio a scuola?

Nel 1999 l’OMS iniziò a chiedere ai vari Paesi, inclusa l’Italia, di porre attenzione al suicidio. Per questo, nell’ambito dell’iniziativa SUPRE (Suicide Prevention), pubblicò una serie di brevi guide destinate a specifiche categorie professionali, per diversi ambienti. Tra queste, ce n’era una del 2000 (di 21 pagine), che il nostro Paese ha tradotto solo nel 2011 con il titolo di “La prevenzione del suicidio: una guida per insegnanti e altri operatori scolastici” (OMS, 2000).

Il documento rimane un riferimento storico fondamentale per la scuola, per tre motivi.

Innanzitutto testimonia il fatto che già nel 2000 si chiedeva ai vari Paesi di porre attenzione anche a persone con meno di 15 anni, perché la situazione avrebbe potuto riguardare anche questa fascia d’età, come già stava accadendo in alcuni luoghi del mondo. Il problema dei suicidi e dei tentativi di suicidio potevano essere sottostimati.

Secondo, la sua esistenza va ricordata perché testimonia il disinteresse italiano per il tema della prevenzione del suicidio giovanile. Ad oggi, infatti, non ci risulta che le scuole si siano mai attrezzate per costruire a livello nazionale protocolli per la prevenzione del suicidio, né su indicazione e obbligo di legge né sulla base della sensibilità del mondo della scuola a seguito di scioperi o altro tipo di manifestazione. È stato fatto un passo rispetto al bullismo e al cyberbullismo, ma non basta, perché si tratta solo di uno degli elementi che può favorire il suicidio (e di fatto se ne trascurano molti altri).

Terzo, il documento conteneva principi che mantengono ancora la piena validità. In particolare, è utile ricordarne alcuni.

  • Favorire un approccio positivo alla salute mentale, che oggi chiamiamo promozione della salute mentale. In italia questo è un aspetto largamente ignorato. Non a caso, se si legge il vecchio Piano Nazionale per la Salute Mentale, del 2013, si scopre che il concetto di promozione era usato solo in riferimento alla promozione di attività fisiche del paziente psichiatrico (MS, 2013). Nel nuovo piano nazionale per la salute mentale approvato a dicembre del 2025, invece, la promozione della salute mentale diventa un aspetto esplicitamente dichiarato (MS, 2025).
  • Ricordare che insegnanti e operatori scolastici non sono operatori sanitari, ma rappresentano figure di riferimento. Possono diventare capaci nel favorire la salute mentale e nel cogliere i segnali precoci di disagio che sfuggono a genitori e clinici, in virtù della loro vicinanza quotidiana.
  • L’intervento precoce è decisivo. Nella maggior parte dei casi, bambini e adolescenti a rischio mostrano segnali d’allarme che, se intercettati tempestivamente, consentono un’azione protettiva efficace.
  • Aiutare il personale scolastico, in particolare docenti. Ciò include anche il prendersene cura, in modo che possano anche beneficiare di interventi orientati alla salute mentale di promozione della salute mentale e di prevenzione di disturbi mentali.

Lo stato attuale in Italia: un vuoto che è anche normativo

A più di vent’anni dalla guida OMS, la situazione italiana presenta ancora lacune significative.

L’assenza di protocolli uniformi fa sì che il personale scolastico (non solo insegnanti) si trovi spesso impreparato davanti a studenti in crisi. La conseguenza è che le scuole reagiscono in modo improvvisato dopo eventi suicidari, amplificando il rischio di contagio emotivo e di emulazione. Inoltre, le famiglie non ricevono sufficiente supporto e lo stesso personale scolastico vive livelli di dolore enormi senza ricevere aiuto.

Sul versante istituzionale, va ricordato che solo il 14 giugno 2022 la Camera ha approvato una mozione che considera il tema e impegna il Governo, dopo ben 22 anni dalla richiesta fatta dall’OMS. In tale mozione si sottolinea che:

Nelle scuole, di ogni ordine e grado, è necessario conoscere il rischio suicidario per offrire strumenti di intervento e controllo ad ogni operatore scolastico, così come agli studenti e ai genitori, al fine di intervenire precocemente su condotte allarmanti collegate al suicidio, come l’autolesionismo, su cui si rileva scarsa attenzione (p. 5).

Tuttavia, l’attuazione concreta di queste misure resta ancora frammentata e disomogenea sul territorio nazionale.

La prevenzione del suicidio deve far parte in modo esplicito della sicurezza scolastica

Si potrebbe ritenere che la scuola debba occuparsi di prevenzione del suicidio solo per vigilare, in modo che non ci siano eventi di questo tipo tra le sue mura. Questa visione è però limitata e rischiosa.

Per comprendere meglio il punto, possiamo usare l’analogia dell’esposizione all’amianto senza prevedere dispositivi di prevenzione: un lavoratore può ammalarsi in fabbrica ma morire anni dopo, lontano dal posto di lavoro. In quel caso, nessuno oserebbe sostenere che l’azienda sia esente da responsabilità solo perché il decesso non è avvenuto in loco. Il danno ha un’origine precisa che richiedeva prevenzione.

Sebbene la salute mentale per certi aspetti ponga sfide più complesse della medicina legale, perché non c’è un esame di laboratorio che possa dare risposte precise sulle cause dopo un suicidio (in assenza di messaggi lasciati), gli aspetti che giustificano la necessità di interventi preventivi sono identici.

  • Esposizioni invisibili cumulabili. Esistono pressioni e dinamiche scolastiche che, accumulate nel tempo, possono favorire il suicidio, anche se non si vedono subito gli effetti.
  • Responsabilità dell’ambiente, nonostante le concause. Non c’è nulla che possa esonerare l’istituzione scolastica dal dovere di fornire strumenti di prevenzione adeguati. Anche se possono esserci concause esterne, la scuola non può essere sprovvista di risorse e strategie per la prevenzione del suicidio giovanile.
  • La necessità di rispettare i diritti umani. Anche se gli studenti non sono formalmente lavoratori, hanno il diritto inalienabile di apprendere in un ambiente sano e salubre (sia dal punto di vista biologico, psicologico e sociale).

Agire considerando il proprio ruolo per fare prevenzione del suicidio giovanile, per la scuola, è sia un dovere educativo che una priorità di salute pubblica. Tutto ciò coinvolge l’intera comunità scolastica ed è coerente con il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale (2025-2030):

La salute mentale è un diritto che deve essere presente e rispettato in tutti i luoghi della nostra vita, da quelli in cui viviamo a quelli in cui lavoriamo, a quelli in cui ci formiamo. Riguarda tutte le fasi del ciclo della vita e richiede adeguati programmi di prevenzione, specie per le prime fasi della vita per garantire un corretto sviluppo neuropsicologico, per le fasi di transizione dall’adolescenza all’età adulta, dall’età adulta all’età senile, e per le diverse caratteristiche e necessità genere specifiche (p. 12).

Per fare questo, come anticipato sopra, le scuole possono progettare protocolli interni.

Prevedere protocolli scolastici per la prevenzione del suicidio

Un protocollo scolastico per la prevenzione del suicidio è uno strumento operativo, basato su evidenze, che consente alla comunità scolastica di agire in modo coordinato, tempestivo e sicuro. Non va inteso, quindi, come pura formalità burocratica.

Si auspica, quindi, che le scuole facciano attenzione anche a questo aspetto.

Spunti per protoccoli scolastici

Per strutturare un protocollo interno, è sempre utile farlo con la collaborazione di personale esperto. Ma si può anche scegliere di non partire da zero.

Per iniziare a farsi un’idea, in assenza di riferimenti, si può considerare il toolkit europeo EUREGENAS (European Regions Enforcing Actions Against Suicide), anche questo adattato al contesto italiano. Il documento, frutto di un progetto ormai concluso ed applicato anche in Italia, proponeva un modello articolato in tre pilastri (Dumon & Portzky, 2014).

1. Pre-intervento (prevenzione primaria). Comprende la formazione del personale scolastico al riconoscimento dei segnali di rischio, sostenere il benessere del personale, la promozione della salute mentale nei programmi curricolari, lo sviluppo di abilità sociali ed emotive negli studenti, e la costruzione di ambienti scolastici realmente inclusivi.

2. Intervento (gestione della crisi). Definisce le procedure da attivare quando uno studente manifesta ideazione suicidaria o compie un tentativo. Prevede la formazione di un team di crisi multidisciplinare (dirigente, docente referente, psicologo scolastico, servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza), canali chiari di riferimento ai servizi sanitari e modalità di comunicazione con la famiglia nel rispetto della privacy.

3. Post-intervento (postvention) È la risposta strutturata dopo che un suicidio o tentato suicidio si è verificato all’interno della comunità scolastica. Ha lo scopo di contenere il rischio di emulazione, sostenere i pari e il personale colpiti dal trauma e aiutare la comunità scolastica ad attraversare il lutto.

Si noti che un simile intervento va a beneficio anche di altri aspetti della vita scolastica, come il benessere del personale o la riduzione del bullismo.

Si noti anche che, anche se qualcosa è stato fatto nel nostro Paese, si tratta sempre di azioni sporadiche che non rispettano il diritto alla salute (azioni a beneficio di tutti, sull’intero terriotiro nazionale) ma si basano più sulla fortuna di dove si nasce e di ciò che offre il territorio. In attesa di una regolamentazione nazionale organica, alcune azioni realizzabili già ora sono:

  • Parlare apertamente di salute mentale, oltre che di disturbi mentali, realizzando azioni di promozione della salute mentale.
  • Formarsi sui segnali precoci del disagio adolescenziale. In questo la formazione INDIRE promossa con la nota n. 1705 del 15/04/2026 (MIM, 2026), potrebbe dare una mano ma se risulterà troppo teorica non basterà.
  • Imparare ad agire in modo coordinato: il compito di ogni operatore scolastico è riconoscere e coordinarsi, non gestire la crisi in solitudine.
  • Contattare i servizi disponibili: i Centri di Salute Mentale territoriali e, per i giovani, i servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA) delle ASL, le associazioni che hanno sviluppato un’esperienza concreta in tema di suicidio e di prevenzione del suicidio.

Il ruolo dello psicologo scolastico

Un elemento irrinunciabile di qualsiasi protocollo efficace è la presenza stabile dello psicologo scolastico.

Attualmente l’implementazione della presenza dello psicologo scolastico è ancora disomogenea e più orientata all’intervento tempestivo (uno sportello per chi è in crisi). Sarebbe utile, invece, che lo psicologo venga impiegato anche per questioni legate alla promozione della salute mentale e la prevenzione.

Pur essendo attualmente orientato all’intervento tempestivo, va ricordato, lo psicologo scolastico non si sostituisce al clinico, ma rappresenta il primo punto di ascolto e di raccordo tra scuola, famiglia e servizi sanitari e il garante della continuità dell’intervento che in parte può essere anche di prevenzione dei disturbi e del suicidio (e si spera in futuro anche di promozione della salute mentale).

Conclusioni

La promozione della salute mentale e la prevenzione del suicidio in ambito scolastico sono azioni di salute pubblica che riguardano anche la comunità educativa. Dotare ogni scuola italiana di un protocollo chiaro, formare il personale, garantire la presenza dello psicologo scolastico e costruire reti stabili con i servizi sanitari, pertanto, diventano misure necessarie per tutelare il diritto alla vita e al benessere di studenti e studentesse, oltre che garantire sicurezza nei luoghi di lavoro e di studio.

Come ricordava già nel 2000 la guida OMS per le scuole, ogni adulto di riferimento nella vita di un adolescente può fare la differenza. Trasformare questa consapevolezza in prassi istituzionale è la sfida che l’Italia deve ancora pienamente raccogliere.

FAQ – Prevenzione del suicidio a scuola

Il suicidio giovanile è un problema in crescita in Italia?

No, i dati ISTAT mostrano che il numero di suicidi tra i giovani under 19 è circa la metà rispetto agli anni ’60. È però un problema emergente: dal 1969 al 2019 è passato dalla dodicesima alla seconda causa di morte in questa fascia d’età, superando i tumori. Questo non significa che la situazione stia degenerando, ma che merita attenzione concreta.

Perché la scuola dovrebbe occuparsi di prevenzione del suicidio?

Perché insegnanti e operatori scolastici sono figure di riferimento quotidiane. Spesso possono osservare segnali che sfuggono ai genitori e ai clinici. Inoltre, alcune dinamiche scolastiche possono contribuire al malessere degli studenti nel tempo. La scuola ha quindi una responsabilità educativa e di salute pubblica, indipendentemente da dove si manifesta il problema.

Cosa dice l’OMS al riguardo?

Già nel 2000, nell’ambito dell’iniziativa SUPRE, l’OMS pubblicò una guida specifica per le scuole, chiedendo ai Paesi di formare il personale, intercettare i segnali precoci di disagio e promuovere la salute mentale. L’Italia ha tradotto quel documento solo nel 2011 e ancora oggi non esistono protocolli nazionali uniformi.

Cosa prevede il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale?

Il Piano 2025-2030, approvato a dicembre 2025, riconosce esplicitamente la promozione della salute mentale come priorità, includendo i luoghi di formazione tra gli ambienti in cui il diritto alla salute mentale va tutelato. Rappresenta un passo avanti rispetto al vecchio piano del 2013, che ignorava quasi del tutto questo aspetto.

Cosa si intende per protocollo scolastico per la prevenzione del suicidio?

È uno strumento operativo, basato su evidenze scientifiche, che permette alla comunità scolastica di agire in modo coordinato e tempestivo. Si può articolare in tre fasi: pre-intervento (formazione e promozione del benessere), intervento (gestione della crisi con un team multidisciplinare) e post-intervento (supporto dopo un evento suicidario, per ridurre il rischio di emulazione).

Gli insegnanti devono gestire le crisi da soli?

No. Il ruolo dell’insegnante e del personale scolastico è riconoscere i segnali di rischio e coordinarsi con le figure competenti, non gestire la crisi in autonomia. È fondamentale costruire reti stabili con i servizi territoriali, come i Centri di Salute Mentale e i servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA) delle ASL.

Qual è il ruolo dello psicologo scolastico?

È un punto di ascolto fondamentale e il raccordo tra scuola, famiglia e servizi sanitari. Non sostituisce il clinico, ma garantisce continuità nell’intervento di prevenzione. Attualmente la sua presenza nelle scuole italiane è ancora disomogenea e spesso orientata solo alla gestione delle crisi, più che alla promozione della salute mentale.

Cosa può fare una scuola già oggi, in assenza di una legge nazionale?

Alcune azioni concrete sono già realizzabili: parlare apertamente di salute mentale (non solo di disturbi), formarsi sui segnali precoci del disagio adolescenziale, agire in modo coordinato tra tutto il personale, e contattare i servizi territoriali disponibili. Il toolkit europeo EUREGENAS offre anche un modello adattato al contesto italiano da cui partire.

Smartphone e social network sono la causa del disagio giovanile e del suicidio?

I dati storici suggeriscono cautela nel supportare una simile visione (in passato il fenomeno suicidario tra i giovani era più esteso). Smartphone e social network non sono prodotti adatti ai bambini e possono amplificare certi rischi, ma non sono la causa principale. Interpretazioni semplicistiche rischiano di distogliere l’attenzione da interventi strutturali più efficaci.

Riferimenti Bibliografici

Camera Deputati (2022). Approvazione mozione legata alle disposizioni per la prevenzione degli atti di suicidio nonché per l’assistenza psicologica e il sostegno dei sopravvissuti, in data 14 giugno 2022. https://storagehub.homnya.net/cmsimage/allegati/allegato1655222220.pdf

Dumon, E. & Portzky, G. (2014). Prevenzione del suicidio, intervento e post-intervento: uno strumento per le scuole. Progetto europeo EUREGENAS. https://d15j6mpr87kbvk.cloudfront.net/uploads/2018/04/PREVENZIONE-SUICIDIO-SCUOLA-EUREGENAS.pdfhttps://d15j6mpr87kbvk.cloudfront.net/uploads/2018/04/PREVENZIONE-SUICIDIO-SCUOLA-EUREGENAS.pdf

MIM (2026). Nota prot. n. 1705 del 15 aprile 2026. Progetto di accompagnamento “Educazione al rispetto e alla parità di genere. https://www.mim.gov.it/-/nota-prot-n-1705-del-15-aprile-2026

MS (2013). Piano di azioni nazionale per la salute mentale. Approvato il 24 gennaio 2013 in Conferenza Unificata. https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/imported/C_17_pubblicazioni_1905_allegato.pdf

MS (2025). Accordo, ai sensi dell’articolo 9, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, tra il Governo, le regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano e gli enti locali sul documento recante «Piano di azioni nazionale per la salute mentale (PANSM) 2025-2030». (Rep. atti n. 177/CU). (26A00443). (G.U. Serie Generale , n. 28 del 04 febbraio 2026, allegato). https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderPdf.spring?seriegu=SG&datagu=04/02/2026&redaz=26A00443&artp=1&art=1&subart=1&subart1=10&vers=1&prog=001

OMS (2000). La prevenzione del suicidio: una guida per insegnanti e altri operatori scolastici [Traduzione e adattamento dell’edizione italiana a cura di M. Pomplili]. Dipartimento di Neuroscienze, Salute Mentale e Organi di Senso (NESMOS), Sapienza Università di Roma. Roma: Alpes Italia. https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/ba9f4338-6ed7-4052-a717-14836615b989/content

Repubblica Italiana (1991). Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989. (GU n.135 del 11-6-1991 – Suppl. Ordinario n. 35 ). https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1991/06/11/091G0213/sg

Simeoni, S. et al (2022). Child and Young mortality. ISTAT Webinar del 28 aprile 2022. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2022/04/S.Simeoni_Child-and-Young-Mortality.pdf

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